Linfedema primario e secondario: quali sono le differenze?

L’articolo spiega le differenze tra linfedema primario e secondario, analizzandone cause, caratteristiche, diagnosi e possibili trattamenti.

Parliamo di numeri importanti: 140-250 milioni di persone nel mondo convivono con il linfedema primario, eppure questa condizione rimane spesso sottodiagnosticata, soprattutto nella sua forma congenita. Solo in Italia, circa 150.000 persone ne soffrono nella forma primaria, mentre il linfedema secondario interessa altri 200.000 pazienti. (specificando però che si tratta di stime INPS del file qua sotto allegato e non di dati provenienti da un registro nazionale.)

Eppure, nonostante i numeri siano significativi, confondere le due forme è un errore frequente.

Perché è così importante distinguerle?

Il linfedema secondario rappresenta la forma più frequente di linfedema, ma si distingue dal linfedema primario soprattutto per il meccanismo che ne determina la comparsa: nel primo caso il sistema linfatico viene danneggiato nel corso della vita, mentre nel secondo è presente un’alterazione dello sviluppo o della funzione del sistema linfatico. 

E se questo non bastasse, c’è un altro aspetto da non sottovalutare: circa il 15-20% dei pazienti con linfedema primario possono trasmettere la malattia ai propri figli. Una ragione in più per capire esattamente con quale forma ci si trova a fare i conti.

Vediamo quindi nel dettaglio le caratteristiche di ciascuna tipologia e come riconoscerle.

Cos’è il linfedema e il ruolo del sistema linfatico

Definizione di linfedema

Il linfedema è una condizione cronica caratterizzata dall’accumulo di liquido ricco di proteine nei tessuti, dovuto a una ridotta capacità del sistema linfatico di drenare adeguatamente i liquidi interstiziali. Questo può avvenire perché il sistema linfatico è alterato fin dalla sua formazione, come nel linfedema primario, oppure perché viene danneggiato successivamente, come nel linfedema secondario.

Fin qui sembra semplice. Il problema è che il linfedema non è un edema qualunque.

A differenza di quello cardiaco o renale, il linfedema presenta un’alta concentrazione proteica nel liquido interstiziale. Questa caratteristica innesca una reazione infiammatoria cronica che, nel tempo, porta a fibrosi e ispessimento della cute. Un processo lento ma progressivo, che rende la diagnosi precoce ancora più importante.

Per capire bene di cosa stiamo parlando, vale la pena rivedere brevemente cosa sia la linfa: si tratta di un liquido trasparente composto da acqua, globuli bianchi, proteine e lipidi filtrati dai vasi sanguigni negli spazi fra le cellule. Una parte viene riassorbita direttamente dai vasi sanguigni, il resto entra nei vasi linfatici.

Come funziona il sistema linfatico

Immaginate una rete di piccoli canali distribuiti in tutto il corpo: ecco il sistema linfatico. È costituito da una moltitudine di vasi a parete sottile che trasportano i liquidi dall’estremità verso il centro.

Funziona così:

  • I vasi linfatici più piccoli drenano il liquido verso quelli più grandi;
  • Questi lo riversano nel sistema venoso centrale tramite il dotto toracico o il dotto linfatico destro;
  • La maggior parte dei vasi presenta valvole, simili a quelle delle vene, che garantiscono un flusso in una sola direzione — verso il cuore.

Lungo questo percorso troviamo i linfonodi, organi minuscoli a forma di fagiolo. Li ritroviamo distribuiti ovunque nel corpo, con concentrazioni particolari nel collo, sotto le braccia e nell’area inguinale. Il loro compito è filtrare la linfa, eliminando cellule danneggiate, organismi infettivi e cellule cancerogene. Non solo: i linfonodi sono ricchi di linfociti, macrofagi e cellule dendritiche, rendendoli un punto chiave del sistema immunitario.

Quando il sistema linfatico non funziona correttamente

Il sistema linfatico può perdere parte della propria capacità di drenaggio per diverse ragioni. Può essere congenitamente meno efficiente oppure può subire un danno nel corso della vita, ad esempio in seguito a interventi chirurgici, radioterapia, infezioni, traumi o patologie che ostacolano le vie linfatiche.

Nel caso del blocco, l’ostruzione determina un accumulo di liquidi. Le cause più frequenti sono il tessuto cicatriziale che si forma dopo interventi chirurgici, radioterapia o traumi diretti che danneggiano i vasi linfatici o i linfonodi.

Le infezioni invece possono causare gonfiore linfonodale per via dell’infiammazione locale. Infine, i tumori — come il linfoma — possono svilupparsi direttamente nei linfonodi oppure diffondersi da altri organi, interferendo con il normale flusso della linfa.

Tenete a mente questi meccanismi: torneranno utili quando analizzeremo le cause specifiche del linfedema secondario.

Linfedema primario: caratteristiche e tipologie

Prima di tutto, è utile sapere che il linfedema primario non è una condizione unica. Tradizionalmente viene suddiviso in tre forme in base all’età di comparsa: congenita, precoce e tardiva.

Questa classificazione è utile per descriverne la presentazione clinica, anche se oggi sappiamo che le forme di linfedema primario possono essere molto eterogenee dal punto di vista genetico e dello sviluppo del sistema linfatico.

Linfedema primario congenito

Questa forma si manifesta alla nascita o entro i primi 2 anni di vita ed è dovuta a un mancato o ridotto sviluppo dei vasi linfatici, tecnicamente definito aplasia o ipoplasia genetica del sistema linfatico. Rappresenta il 10-25% di tutti i casi di linfedema primario.

Il gonfiore interessa frequentemente gli arti inferiori e può coinvolgere uno o entrambi gli arti, spesso con interessamento del dorso del piede.

La forma familiare più conosciuta è la malattia di Milroy, trasmessa con modalità autosomica dominante. È causata da mutazioni del gene VEGFR-3 (o FLT4), un recettore coinvolto nella crescita dei vasi linfatici. Colpisce quasi esclusivamente le gambe e può associarsi a:

  • vene di grandi dimensioni nella parte inferiore della gamba;
  • unghie displastiche;
  • idrocele nei maschi.

Linfedema primario precoce

È la forma più comune in assoluto, con un’incidenza del 65-80% di tutti i linfedemi primari. Si manifesta tra i 2 e i 35 anni, spesso in concomitanza con la pubertà o il menarca nelle donne.

Le donne sono colpite molto più frequentemente, con un rapporto di 4:1 rispetto ai maschi.

Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di una forma sporadica (oltre il 90%), senza cioè una chiara trasmissione familiare. L’80% dei pazienti presenta un edema unilaterale localizzato distalmente agli arti inferiori, con possibile risalita progressiva verso la coscia nel tempo.

Linfedema primario tardivo

Una donna con linfedema primario che interessa arto superiore e inferiore sinistro oltre ad emitorace sinistro

Meno frequente rispetto alle precedenti, questa forma viene tradizionalmente definita come un linfedema primario che si manifesta dopo i 35 anni. Anche in questo caso l’insorgenza tardiva è legata a un’alterata capacità del sistema linfatico, che può diventare clinicamente evidente solo in età adulta.

Le basi genetiche, sia nelle forme familiari che sporadiche, rimangono ancora in parte sconosciute. Dal punto di vista clinico si presenta in maniera simile al linfedema precoce, generalmente con manifestazioni meno severe.

Cause genetiche e fattori ereditari

Nel linfedema primario possono essere coinvolte alterazioni genetiche che interferiscono con lo sviluppo o il funzionamento del sistema linfatico. Tuttavia, non in tutti i pazienti è possibile identificare una specifica mutazione genetica o una chiara familiarità.

Questi sono solo alcuni dei geni associati a specifiche forme di linfedema primario: la genetica della malattia è complessa e sono state identificate numerose altre alterazioni.

  • VEGFR3 (FLT4);
  • FOXC2.

L’ereditarietà può seguire modalità diverse: autosomica dominante, autosomica recessiva o recessiva legata al cromosoma X.

Vale la pena sapere che il linfedema primario può manifestarsi anche nel contesto di sindromi genetiche più ampie, come la sindrome di Turner, la sindrome di Hennekam e la sindrome delle unghie gialle. Se hai familiarità con una di queste condizioni, è ancora più importante valutare attentamente qualsiasi gonfiore persistente agli arti.

Linfedema secondario: cause e sviluppo

Donna affetta ad un linfedema secondario post mastectomia, all'arto superiore destro e al quadrante superiore dell'emitorace destro

Interventi chirurgici e trattamenti oncologici

A differenza del linfedema primario, il linfedema secondario si sviluppa in seguito a un danno o a un sovraccarico del sistema linfatico precedentemente funzionante. Può comparire dopo interventi chirurgici, radioterapia, infezioni, traumi o in presenza di altre condizioni capaci di compromettere progressivamente il drenaggio linfatico. Ed è proprio per questo che rappresenta circa il 90% di tutti i casi.

Nei Paesi occidentali, la causa più frequente sono i trattamenti oncologici, in particolare gli interventi chirurgici che prevedono l’asportazione dei linfonodi. Le aree più coinvolte riguardano tumori a:

  • Seno
  • Utero
  • Prostata
  • Testicoli

I numeri parlano chiaro. Nel cancro alla mammella, l’incidenza del linfedema raggiunge il 6,3% dopo la biopsia del linfonodo sentinella, e sale fino al 22,3% in seguito all’asportazione dei linfonodi ascellari. Nelle pazienti con tumori ginecologici l’incidenza media si attesta al 9,0%, mentre nei tumori alla prostata, vescica e pene i tassi salgono rispettivamente al 4%, 16% e 21%.

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Radioterapia e linfoadenectomia

Oltre alla chirurgia, anche la radioterapia gioca un ruolo importante. Questo trattamento può causare infiammazione e fibrosi nei tessuti circostanti, ostacolando progressivamente il normale drenaggio della linfa.

La linfoadenectomia chirurgica, invece, rappresenta un’interruzione diretta delle vie linfatiche. Il rischio di sviluppare linfedema secondario aumenta sensibilmente quando i due trattamenti vengono combinati sulla stessa area.

Infezioni e traumi

La filariosi linfatica è la causa più frequente a livello mondiale, anche se nei Paesi occidentali è relativamente rara. Più comuni da noi sono le linfangiti e l’erisipela, infezioni batteriche che danneggiano progressivamente i vasi linfatici.

Non dimentichiamo poi i traumi fisici: lesioni, distorsioni, cicatrici importanti e ustioni gravi possono tutte compromettere il corretto funzionamento del sistema linfatico.

Altre cause di linfedema secondario

Esistono inoltre condizioni che possono compromettere progressivamente la capacità di trasporto del sistema linfatico o contribuire alla comparsa di un linfedema secondario:

  • Insufficienza venosa cronica grave: aumenta il carico linfatico fino a portare il sistema all’insufficienza;
  • Obesità severa: la pressione esercitata sui vasi linfatici ne altera progressivamente la funzione;
  • Tumori maligni, come il morbo di Hodgkin: possono ostruire direttamente le vie linfatiche.

Differenze principali tra linfedema primario e secondario

Dopo aver visto le caratteristiche di ciascuna forma, vale la pena mettere tutto a confronto in maniera chiara. Perché nella pratica clinica, distinguere correttamente un linfedema primario da un linfedema secondario è importante per comprenderne l’origine, orientare gli eventuali approfondimenti diagnostici e impostare correttamente il percorso terapeutico.

Età di insorgenza e manifestazione

Questa è spesso la prima discriminante da considerare.

Il linfedema primario segue una tempistica abbastanza prevedibile:

  • Congenito: presente alla nascita
  • Precoce: tra i 2 e i 35 anni
  • Tardivo: dopo i 35 anni

Il linfedema secondario, invece, può comparire a qualsiasi età, tutto dipende da quando il sistema linfatico subisce il danno.

Un altro elemento utile: il linfedema primario colpisce prevalentemente le donne, con un rapporto di 3:1 rispetto agli uomini. Il secondario, invece, non fa distinzioni significative tra i sessi.

Cause e fattori scatenanti

Qui la differenza è netta.

Il linfedema primario deriva da un’alterazione dello sviluppo o della funzione del sistema linfatico. I vasi linfatici possono essere ridotti di numero, avere caratteristiche anatomiche anomale oppure presentare una capacità di trasporto insufficiente. Come già anticipato, nel 15-20% dei casi c’è una trasmissione genetica ai figli, il che rende fondamentale raccogliere un’anamnesi familiare accurata.

Il linfedema secondario, al contrario, compare quando un sistema linfatico precedentemente funzionante viene danneggiato o progressivamente sovraccaricato. Tra le cause più frequenti troviamo:

  • Asportazione chirurgica dei linfonodi
  • Radioterapia
  • Infezioni ricorrenti come l’erisipela
  • Traumi o cicatrici estese

Sintomi e progressione della malattia

Anche qui le differenze sono abbastanza marcate e riconoscibili.

Il linfedema primario interessa frequentemente gli arti inferiori e può presentarsi in modo unilaterale o bilaterale. Spesso il gonfiore interessa inizialmente le porzioni più distali dell’arto, compresi piede e dita, e può estendersi progressivamente. L’evoluzione può essere lenta e inizialmente poco evidente. A volte i pazienti convivono con il gonfiore per mesi prima di capire che qualcosa non va.

Il linfedema secondario interessa spesso il territorio anatomico il cui drenaggio linfatico è stato compromesso. Può quindi essere unilaterale, come frequentemente accade dopo interventi oncologici su un singolo distretto, ma in alcune condizioni può interessare entrambi gli arti. La comparsa può essere graduale e il linfedema, soprattutto nelle fasi iniziali, può manifestarsi semplicemente come senso di pesantezza, tensione o aumento di volume dell’arto, senza necessariamente provocare dolore.

Diagnosi e riconoscimento

Nel linfedema primario la valutazione parte dall’esame clinico e dalla storia del paziente, compresa l’eventuale familiarità. Quando necessario, possono essere utilizzati approfondimenti strumentali e, nelle forme in cui si sospetta una specifica origine ereditaria, indagini genetiche. Nei casi in cui si sospetta una forma ereditaria, il test genetico può identificare mutazioni specifiche, come la VEGFR-3 tipica della malattia di Milroy.

Nel linfedema secondario l’anamnesi è particolarmente importante: precedenti interventi chirurgici, linfoadenectomie, radioterapia, infezioni, traumi o altre condizioni predisponenti possono orientare la valutazione. Quando il quadro clinico non è sufficiente o sono necessari ulteriori approfondimenti, il medico può ricorrere a esami specifici del sistema linfatico.

Approcci terapeutici e prognosi

Sia nel linfedema primario sia nel linfedema secondario, intervenire precocemente è importante per limitare la progressione dell’edema e le modificazioni dei tessuti. Nello stadio iniziale il gonfiore può ridursi significativamente, anche con l’elevazione dell’arto, mentre negli stadi più avanzati fibrosi e alterazioni cutanee tendono a rendere la condizione più difficile da controllare.

Il trattamento conservativo si basa generalmente su un approccio combinato che può comprendere linfodrenaggio manuale, terapia compressiva mediante bendaggi o indumenti compressivi, esercizio terapeutico e cura della cute, adattati alle caratteristiche del paziente e allo stadio del linfedema. Questo insieme di interventi rientra nella Terapia Decongestionante Complessa (TDC), uno dei principali approcci conservativi al trattamento del linfedema.

L’origine primaria o secondaria del linfedema rimane comunque fondamentale per comprendere la storia della malattia e personalizzare il percorso terapeutico.

Se hai il dubbio di trovarti di fronte a una di queste condizioni, il consiglio è sempre quello di non aspettare: contatta il tuo medico o un terapista specializzato per una valutazione accurata.

Cosa fare adesso?

Arrivati a questo punto, una cosa dovrebbe essere chiara: linfedema primario e linfedema secondario non sono la stessa cosa, e trattarli come tali è un errore che purtroppo si vede ancora troppo spesso.

Il linfedema primario deriva da un’alterazione dello sviluppo o della funzione del sistema linfatico e può manifestarsi in momenti diversi della vita.

Il linfedema secondario, invece, compare in seguito a un danno o a un sovraccarico del sistema linfatico, per esempio dopo un intervento, una radioterapia, un trauma o un’infezione. Ciò che cambia soprattutto è l’origine della malattia; molti principi del trattamento, invece, sono condivisi tra le due forme

Quello che accomuna entrambe le forme, invece, è questo: prima si interviene, meglio è.

Un gonfiore persistente che non passa, che compare dopo un intervento chirurgico o senza una causa apparente, non va ignorato. Non aspettare mesi sperando che si risolva da solo.

Se hai dubbi sulla tua situazione, parlane con il tuo medico o rivolgiti a un professionista sanitario con formazione specifica nella gestione del linfedema. Una valutazione precoce permette di riconoscere i segni compatibili con un’alterazione del drenaggio linfatico e, quando necessario, indirizzare verso gli approfondimenti diagnostici più appropriati.

FAQs

Il linfedema secondario è un accumulo di linfa nei tessuti che si acquisisce nel corso della vita a seguito di danni al sistema linfatico. Rappresenta circa il 90% di tutti i casi di linfedema ed è causato principalmente da interventi chirurgici oncologici con asportazione dei linfonodi, radioterapia, infezioni ricorrenti come erisipela, traumi o cicatrici estese. Può manifestarsi a qualsiasi età, in coincidenza con il danno subito dal sistema linfatico.

Il linfedema viene definito primario quando deriva da un’alterazione dello sviluppo o della funzione del sistema linfatico non causata da un danno acquisito. L’alterazione è presente alla base della condizione, ma il gonfiore non deve necessariamente essere evidente dalla nascita: può comparire durante l’infanzia, l’adolescenza o anche in età adulta. Si manifesta in età specifiche: la forma congenita alla nascita o entro i primi 2 anni, la forma precoce tra i 2 e i 35 anni (spesso durante la pubertà), e la forma tardiva dopo i 35 anni. Nel 15-20% dei casi può essere trasmesso geneticamente ai figli.

Le differenze principali riguardano le cause e l’età di insorgenza. Il linfedema primario è causato da malformazioni congenite del sistema linfatico e si manifesta in età specifiche, colpendo prevalentemente le donne con rapporto 3:1. Il linfedema secondario deriva da danni esterni al sistema linfatico e può insorgere a qualsiasi età. a differenza fondamentale riguarda quindi l’origine del danno linfatico, più che la semplice distribuzione del gonfiore: sia il linfedema primario sia quello secondario possono infatti presentarsi in forma unilaterale o bilaterale, a seconda della causa e dei distretti linfatici coinvolti.

Il linfedema secondario può essere motivo di riconoscimento di invalidità civile, specialmente quando compromette significativamente la qualità di vita e la capacità lavorativa del paziente. La valutazione dipende dalla gravità della condizione, dallo stadio della malattia e dall’impatto funzionale sulle attività quotidiane. È necessaria una valutazione medico-legale specifica per determinare il grado di invalidità.

La prognosi dipende dallo stadio, dalla causa, dalla sede e dalla tempestività del trattamento più che dalla sola distinzione tra linfedema primario e secondario. Nelle fasi iniziali l’edema è generalmente più facilmente controllabile, mentre con la progressione possono comparire fibrosi e alterazioni dei tessuti che ne rendono più complessa la gestione. In entrambe le forme, una valutazione precoce e un trattamento adeguato possono contribuire a controllare il gonfiore, preservare la funzionalità dell’arto e ridurre il rischio di complicanze.

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